Cristiani in India: minoranza rivoluzionaria perseguitata

di admin

Ogni anno, il 26 dicembre, tutti ricordiamo il primo martire cristiano, S. Stefano, arrestato con false accuse e in seguito lapidato a Gerusalemme. La sua “colpa” era di testimoniare con grande forza ciò in cui credeva, convertendo in questo modo molte persone che ne rimanevano affascinate. Forse però non sappiamo che ancora oggi, nel 2008, moltissimi cristiani continuano a essere perseguitati. La loro “colpa” è sempre la stessa di Stefano: testimoniano anche nelle situazioni più difficili ciò in cui credono, una religione rivoluzionaria che da fastidio ai potenti, nonostante in molti luoghi siano una piccola minoranza. Una minoranza che però fa la differenza, rivoluziona la mentalità del popolo parlando di valore della persona umana, libertà, uguaglianza di tutti di fronte allo stato, uguaglianza di diritti tra uomo e donna, democrazia, giustizia sociale… e per questo è scomoda e “deve” essere cancellata. India, Pakistan, Iran, Arabia Saudita, Algeria, Sudan, Egitto, Timor Est, Corea del Nord, Libano… tanti sono gli scenari della violenza anticristiana. Uno più di tutti, però, in questi ultimi mesi è stato macchiato di sangue, nel silenzio della maggior parte dei media: l’India.

Cosa succede in India

Lo scorso Natale, la regione indiana dell’Orissa iniziava ad essere sconvolta dalla prima fiammata di violenza contro i cristiani, coordinata da Swami Laxanananda, leader del gruppo militante di fondamentalisti indù VHS. Un volantino distribuito a Bangalore, firmato da gruppi nazionalisti indù, diceva che i cristiani "devono abbandonare immediatamente il territorio indiano, oppure tornare alla religione madre dell’induismo" altrimenti "dovranno essere uccisi da tutti i bravi indiani". Poi, il 23 agosto, alcuni maoisti hanno ucciso proprio Laxanananda e il suo gruppo ha fatto ricadere la colpa dell’omicidio sui cristiani. Si sono scatenati allora due mesi di feroci persecuzioni. I gruppi dell’hindutva (l’ideologia religioso-politico-culturale del nazionalismo indiano) riportavano ogni giorno sui loro giornali le distruzioni e gli incendi perpetrati a danno dei cristiani e ogni domenica gli estremisti invadevano i luoghi di preghiera gridando slogan anticristiani e picchiando i fedeli. La maggior parte delle volte la polizia rimaneva muta e spettatrice. Ora la situazione sembra più tranquilla, anche se sempre pronta a riesplodere. Ancora in occasione di questo Natale infatti si temevano manifestazioni contro i cristiani e per questo è stato aumentato il numero delle forze dell’ordine impiegate sul territorio. Inoltre, ancora migliaia di persone sono rifugiate nei campi d’accoglienza.
Una violenza non isolata e con radici molto profonde
Il 23 agosto tutto è venuto alla conoscenza dell’Occidente, ma da molto più tempo si susseguono omicidi e stragi ai danni dei cristiani in India, per non parlare della costante discriminazione cui sono sottoposti. L’Orissa, il principale stato dove si sta consumando la tragedia, da molti decenni è un tetro scenario di persecuzione e ingiustizia. L’India è in costante tensione causata da complesse lotte tra gruppi etnici, tensione che risale ora in superficie man mano che si avvicinano le elezioni politiche e proprio nell’Orissa in primavera si voterà anche per il governo locale.
Ma perché le comunità cristiane in India danno così tanto fastidio? Perchè trattano tutti allo stesso modo, educano anche le donne, rifiutano il sistema delle caste. Le chiese, le scuole e le altre loro strutture lavorano soprattutto per i più poveri, i "paria", i fuori casta (circa 130 milioni su un miliardo e 60 milioni), ancor oggi discriminati. Grazie al lavoro dei missionari si è creata proprio nei paria una coscienza nuova dei propri diritti e questo dà fastidio non poco sia ai rigidi custodi della tradizione che considera i paria "intoccabili" per motivazioni religiose, sia a tutti quelli che li hanno sempre impiegati come servi della gleba. E pensare che i cristiani in India sono solo il 2,5%… una piccolissima minoranza che fa la differenza!

Segnali di speranza

Intanto, il 25 dicembre, in tutti i campi di rifugio di Kandhamal è stata celebrata la Messa, mentre l’arcidiocesi ha offerto il pranzo a tutte le tredicimila persone ospitate. Proprio in occasione del Natale i vescovi dell’Orissa hanno ringraziato i tanti concittadini indù e di altri gruppi religiosi che hanno fatto sentire ai cristiani la loro vicinanza. In particolare, il 2 ottobre, si è svolta a New Delhi una manifestazione che ha visto quindicimila persone riunirsi al Raj Ghat, il memoriale del mahatma Gandhi. In quell’occasione, un religioso indù ha dichiarato: “Gli assassini di Gandhi sono gli stessi che oggi uccidono i cristiani".

Storie di coraggio
I gruppi fondamentalisti raggiungono i villaggi e obbligano i cristiani a “convertirsi” . Li costringono a firmare una carta attraverso la quale dichiarano di ritornare liberamente all’induismo. Chi si rifiuta viene picchiato e la sua casa bruciata oppure svuotata di qualsiasi mobile e oggetto. In questo modo i fondamentalisti escludono le famiglie da possibili risarcimenti da parte del governo, che ha promesso denaro a coloro che hanno avuto la casa incendiata. Chi accetta invece, come segno della sua nuova vita, è costretto talvolta a bruciare chiese, abitazioni di altri cristiani o Bibbie con le sue stesse mani.

Sono tanti i cristiani che in questi mesi sono morti o hanno provato sofferenze atroci pur di non tradire ciò in cui credevano. Nel distretto di Kandhamal, nello stato di Orissa, il 25 agosto una ragazza di ventun anni, Rajani Majhi, missionaria laica, è stata arsa viva dopo una violenza di gruppo mentre cercava di salvare gli ospiti di un orfanotrofio della missione di Bargarth. Il giorno dopo altri due cristiani sono stati bruciati vivi da estremisti indù. Una clarissa, suor Mabel, è morta in Kerala a causa della malaria contratta nella foresta, dove si era rifugiata prima di varcare il confine. Il 28 agosto, un sacerdote dell’Arcidiocesi di Bhubaneswar, che non aveva paura di andare a chiedere giustizia anche nelle aule dei tribunali, è morto per le conseguenze di un pestaggio avvenuto tre giorni prima. A Chitradurga, nel Karnataka, sotto lo sguardo impassibile dei poliziotti, il reverendo protestante N. Kumar è stato selvaggiamente picchiato da un gruppo di fondamentalisti e i suoi fedeli segnati sulla fronte con un pigmento rosso, simbolo della riconversione all’induismo. Il 5 settembre, alcune suore di Madre Teresa sono state aggredite in una stazione ferroviaria e quindi accusate di sequestro e conversione di bambini. Dimostrata la falsità delle accuse, i bambini sono stati riconsegnati alle suore, ma non sono mancate manifestazioni contro di esse e il loro “traffico di bambini”, organizzate dai radicali indù. Il loro convento è stato messo sotto custodia. Una di loro, suor Mamata, ha dichiarato ad AsiaNews: Madre Teresa ha lavorato senza stancarsi per portare l’amore di Dio ai più poveri dei poveri. Noi siamo le sue figlie e vogliamo continuare la sua opera anche se siamo chiamate a soffrire. Siamo pronte a pagare il prezzo del nostro essere discepoli di Gesù.” Ecco invece il racconto di Padre Bernard Digal, dal suo letto d’ospedale: "In alcuni paesi perfino gli animali vengono difesi nel loro benessere da leggi e diritti. A Kandhamal siamo stati trattati peggio degli animali: ogni cosa indegna, ogni oscenità, ogni tortura è stata possibile contro i cristiani. La notte del 25 agosto, la parrocchia e la casa del parroco sono state razziate e incendiate. Sentivamo la folla da lontano arrivare gridando slogan violenti, accuse contro il cristianesimo… Temendo per la nostra vita, siamo fuggiti nella foresta. (…) A un certo punto mi hanno visto e agguantato, picchiandomi con sbarre di ferro, lance, asce e grosse pietre. Non so per quanto tempo mi hanno picchiato perché ho perso coscienza. Il mio autista mi ha ritrovato il giorno dopo e mi ha riportato all’ospedale. Solo lì ho ripreso coscienza. Sono stato picchiato e lasciato nella foresta completamente nudo per dieci ore; altri sono stati tagliati a pezzi, altri bruciati vivi… E’ umano tutto questo?”.

 
Un esempio che fa riflettere
Le terribili vicende dei cristiani in India fanno riflettere tutti noi. Come ci comporteremmo se fossimo al posto loro? Rimarremmo fedeli alla nostra religione, nonostante le violenze cui saremmo sottoposti, o accetteremmo di tradirla? E, più in generale, quanto siamo disposti a lottare e a soffrire per ciò in cui crediamo, per i nostri ideali?
 
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