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Toy Story 4: diario di una fan 24 anni dopo… verso l’infinito e oltre

scritto da Federica Marcucci

Per chi, come chi scrive, è nato e cresciuto negli anni ’90 la saga di Toy Story ha rappresentato una sorta di metafora dell’esistenza, capace di accompagnare tantissimi bambini dall’infanzia fino alle soglie dell’età adulta. Quando il primo film uscì nelle sale era il 1995, molti si ricorderanno il clamore e il tam-tam mediatico che sponsorizzava quello che era a tutti gli effetti il primo lungometraggio d’animazione realizzato al computer in tutta la storia del cinema.

Tuttavia, è stato chiaro sin dall’inizio che i giocattoli antropomorfi di Toy Story erano molto più che il risultato di codici computerizzati. Woody, Buzz, Slinky, Mr. Potato e Rex traboccavo di un’umanità che non si era mai vista nemmeno a casa Disney. Con una storia accattivante e battute passate alla storia, Woody e Buzz sono entrati nei cuori (e nelle camerette) dei bambini che all’epoca avevano l’età di Andy, ma anche in quelli dei loro genitori ai quali veniva concesso di tornare per un momento alla spensieratezza dell’infanzia.

Toccando tematiche universali e traversali (secondo quella che poi sarebbe diventata la formula magica della Pixar), Toy Story è tornato al cinema altre due volte, nel 1999 e nel 2010. Mentre l’animazione faceva passi da gigante, i piccoli spettatori crescevano insieme a Andy, Woody e Buzz iniziando a capire che cosa significassero emozioni come la paura della perdita, l’incertezza del futuro, il significato di un’azione o di una vita intera, ma anche la necessità del cambiamento.

E proprio il cambiamento rappresenta la cifra fondamentale di una saga che, evolvendosi sempre, è riuscita a restare sempre fedele a sé stessa – un caso raro in questi tempi di remake e spin-off. Però tutti, compresa chi scrive, non sono riusciti a frenare una smorfia contrariata quando, mesi fa, la Pixar rilasciò il primo trailer di Toy Story 4.

Era davvero necessario? dicevano tutti. Era davvero necessario riproporre i giocattoli, ormai molto più realistici e meno spigolosi rispetto a vent’anni prima?

La risposta è sì, lo era, nonostante il finale perfetto del terzo capitolo. Era necessario perché non solo è stato straordinario vedere come i personaggi siano graficamente migliorati pur restando immutati nella loro essenza, ma soprattutto perché dopo ventiquattro anni era necessario dare un’ultima risposta, più adulta, a tutti coloro che nel 1995 erano lì, ma anche a chi nel 2019 ha la stessa età della piccola Bonnie.

Toy Story 4 riparte proprio da lei, a riprova di quanto la saga sia universale e capace di abbracciare un’altra generazione ancora, per poi spostarsi su vecchie e nuove conoscenze, dimostrandoci che questi giocattoli avevano davvero qualcos’altro da dire: che si tratti dei vecchi Woody e Buzz, o della new entry Gabby Gabby. Chiamati a fare i conti con paure, desideri, emozioni i giocattoli sperimentano il cambiamento – interiore, ma anche fisico, dimostrandoci con pura poesia che lasciar andare significa appartenere, e viceversa. Non è un caso che il simbolo di quest’ultimo cambiamento sia proprio Woody, il solo che perdendosi completamente riesce a ritrovare se stesso e – perché no, un amore smarrito molto tempo prima.

Per quanto se ne possa dire è una lezione di cui ognuno di noi può avere bisogno in qualunque momento della vita. Soprattutto chi, ventiquattro anni fa, era nel buio di qualche sala e faceva per la prima volta conoscenza con questi adorabili personaggi. Proprio come loro nemmeno noi sappiamo cosa ci riserverà la vita… l’importante è non dimenticarsi mai di andare verso l’infinito e oltre.

Che cosa ne pensate di Toy Story 4? Vi sembra una finale degno della storica saga Pixar?