Sabina, volontaria in Abruzzo: le paure e i racconti degli aquilani nove mesi dopo

di admin

Torniamo a dare la parola a Sabina, partita per l’Abruzzo con la Caritas Piemonte alla fine di ottobre. Nella prima parte dell’intervista ci aveva raccontato della sua eperienza di volontariato, spiegandoci quali fossero i suoi compiti e lanciando un appello a tutti i giovani perchè diano ancora la propria disponibilità come volontari nei luoghi colpiti dal terremoto. Ora invece grazie alla sua testimonianza esploriamo la città dell’Aquila, ancora distrutta, e ascoltiamo le parole e le paure dei suoi abitanti.

A otto mesi dal sisma, quali passi sono stati realmente compiuti per riportare alla normalità la vita degli aquilani?

La città dell’Aquila è stata interamente riorganizzata. Un lavoro davvero eccezionale se si pensa che tutto il sistema si era paralizzato. 70.000 circa le persone a cui non era consentito rientrare in casa, perché parzialmente inagibile o del tutto distrutta; 300 circa le vittime. Tra gli edifici inagibili il Municipio, le poste, l’I.N.P.S.,e molti altri uffici pubblici inaccessibili perché collocati nella zona interdetta al passaggio. Ogni aspetto della vita cittadina è stato riorganizzato, compresa la viabilità… Il Comune dell’Aquila non esiste più ed è stato sostituito dalla Di.Coma.C – Direzione Comando Centrale, che ha sede presso la scuola della Guardia di Finanza, appena fuori dal centro della città, ed è facilmente raggiungibile. Il Di.Coma.C. gestisce le otto zone in cui è stato suddiviso il territorio colpito dal sisma (L’Aquila, San Demetrio, Pizzoli, Pianola, Paganica, Navelli, Sulmona, Montorio Al Vomano). Ogni zona è denominata Comando Operativo Misto, si tratta di strutture che coordinano i servizi di emergenza e che vengono comunemente chiamati COM. L’ubicazione dei COM, che accorpano frazioni e comuni, è baricentrica rispetto ai comuni afferenti e sono localizzati in strutture antisismiche.

Numerosi sono i progetti in corso di realizzazione o di ideazione. Per quanto riguarda la Caritas Piemonte ad esempio, si sta impegnando nel completamento di un campo base, nelle visite domiciliari agli anziani e ai malati che si trovano in condizioni di solitudine (dopo le tendopoli continuano nelle nuove sistemazioni), nella gestione di un magazzino di generi alimentari, vestiario, prodotti per l’igiene e per la casa… Le visite sono necessarie anche fuori dai centri abitati in aree isolate dove abitano persone che per vari motivi non hanno potuto/voluto trasferirsi nelle tendopoli e negli alberghi e si ipotizzano dei “prestiti d’onore” per le famiglie in difficoltà.

Cosa ti ha colpito maggiormente di quest’esperienza? Qualche episodio particolare?

Mi hanno colpito le persone: gli aquilani e i volontari. In particolare la dignità degli aquilani, la loro accoglienza e la loro disponibilità a condividere un’esperienza tanto privata; l’entusiasmo dei volontari, di ogni età e ad ogni livello, la voglia di aiutare e di essere solidali con chi è in difficoltà.

La presenza degli aquilani nelle tendopoli diminuiva di giorno in giorno, si prospettava a breve la chiusura delle tendopoli anche se permanevano grosse difficoltà a trovare un’idonea collocazione abitativa a molte famiglie. C’erano molte tensioni nelle tende dovute a malcontenti e ad aspettative deluse. Molti vivevano come ingiusta la destinazione lontana che era stata loro assegnata e volevano capire quale fosse stato il criterio che aveva determinato certe decisioni. Si sentivano lasciati soli dalle istituzioni e dai media.

Ricostruzione: missione possibile?

Non hanno una casa e non esiste più la loro città, puntellata e transennata ancora in diverse zone. Temono che non avverrà mai una ricostruzione perché sono consapevoli che i danni sono ingenti e i fondi scarseggiano. Chi ha la casa agibile (fascia A) ha paura a rientrare in casa e si sente piu’ sicuro nella tenda. Dal periodo in cui è avvenuta la classificazione delle case sono trascorsi molti mesi e soprattutto da allora si sono verificate centinaia di piccole scosse che hanno continuato e tuttora continuano a danneggiare le fondamenta delle abitazioni. Si teme, quindi, che l’abitazione classificata in “A” sia oggi da classificare in “B” o in “C”. Ma una seconda classificazione non è stata fatta e dunque il dubbio rimane…

Alcuni tra i più fortunati, ossia coloro che hanno la casa in fascia “B” (da ristrutturare), si sentono ingannati dalle lungaggini burocratiche e sono ancora in attesa che inizino i lavori di ristrutturazione della loro abitazione, altri temono che la collocazione temporanea nel container possa diventare definitiva. Altri ancora rifiutano di spostarsi lontano dall’Aquila, a Sulmona, Avezzano o Giulianova, perché hanno un lavoro all’Aquila e sarebbero costretti ogni giorno a trascorrere diverse ore in viaggio per raggiungere il posto di lavoro. Per tutti esiste la paura di “una nuova scossa, quella più forte, che farà crollare tutto”. Gli anziani sembrano rassegnati a questa prospettiva, ineluttabile; gli adulti e i ragazzi hanno paura. I bambini vivono le ansie e le paure dell’ambiente che li circonda e non sono sereni. Tutti sono stati colpiti dal sisma, anche gli animali, che sono diventati particolarmente sensibili ad ogni rumore.

Le testimonianze drammatiche degli aquilani

Tutti vogliono raccontarti la loro notte del 6 aprile. Federica, 9 ore sotto le macerie e un intervento chirurgico che l’ha salvata, ha perso il padre e la sorella, ti racconta di essere viva per miracolo e ti ringrazia per ogni minima cosa che le porti, come se fosse un tesoro di inestimabile valore. C’è poi il racconto di chi ha perso i figli e ti racconta che il momento peggiore non è stato la scossa delle 3.32 in sé, né i 26 secondi di scossa che sembravano un’eternità, ma quando da sotto le macerie non hanno più sentito la voce o il pianto del figlio, della madre, del padre, della sorella, del fratello o dell’amico. Molti ti dicono che, subito dopo la scossa, in mezzo al fumo e alla polvere si sono trovati a chiedersi se fossero ancora vivi o se non fossero già morti. Sono storie terribili da vivere e da sentir raccontare. Non sai cosa dire perché ogni frase sarebbe stupida e banale. E stai zitta. Ascolti. Ti rendi conto del loro bisogno di parlare, di raccontare ogni minimo dettaglio per cercare forse di esorcizzare un trauma ancora troppo recente. A volte avevo la sensazione che mi raccontassero la trama di un film, una cosa non reale, perché non è possibile pensare che possa essere accaduta davvero e ti chiedi come si possa affrontare e superare una situazione simile. Per molti al trauma e al lutto della perdita si aggiunge il senso di colpa per non aver fatto quello che avrebbe salvato la vita del proprio caro. Una mamma non si dà pace per aver lasciato il bambino nella sua stanza. Il bambino voleva dormire con lei nel lettone ma lei ha insistito perchè rimanesse nel suo lettino. Il soffitto e i muri della camera dei genitori hanno retto la lunga scossa mentre uno dei muri della stanza del bambino è crollato ed il bambino è morto.

L’Aquila, città sospesa

Poi vedi la città, le case sventrate e i ferri aggrovigliati, ruotati su loro stessi del cemento armato della Casa dello studente. E ti rendo conto che sono storie reali. Ho chiesto di visitare la città e Maurizio, il capo campo del corpo militare della Cri di Pile, mi ha portato a “farmi un’idea” di quello che è successo e di quanto è rimasto. L’Aquila è una citta’ praticamente distrutta. Al di la’ di pochi edifici (per lo più le banche) si salva ben poco. Alcuni condomini sono sventrati, altri sembrano intatti esternamente ma all’interno sono da ricostruire o da ristrutturare perché sono crollate le scale o si sono “abbassate di un piano”, ossia il primo piano ha schiacciato i garage e il seminterrato. Si vive l’impressione di una città che ha subito un bombardamento. E’ una città che si è fermata alla notte del 6 aprile: in centro si trovano ancora appese ai balconi le locandine del Venerdi’ Santo, alcune vetrine sono chiuse e ancora illuminate. Molti i cani, persi, che corrono per le stradine del centro storico ancora transennato. Colpisce il silenzio che sovrasta tutta la zona, nelle strade vicine e in quelle lontane dal centro storico. L’Aquila è una città sospesa, in attesa.

L’accoglienza nonostante la difficile situazione nelle tendopoli

E’ stata un’esperienza straordinariamente bella per le persone che ho conosciuto (volontari e sfollati) ma anche molto triste per le storie di lutto e separazione che in tanti mi hanno raccontato. Gli aquilani sono stremati, stanchi e delusi. La vita nella tendopoli non è certamente comoda: le tende si trasformano in forni nei giorni di sole e in vere e proprie ghiacciaie di notte, i bagni ospitano wc in uno spazio di un metro quadrato, le docce sono strettissime… Dopo sette mesi io sarei di certo molto meno accogliente e disponibile di quanto sono stati loro con me… Una signora, vedendomi infreddolita, mi ha improvvisato una borsa dell’acqua calda mettendo dell’acqua bollente in una bottiglia d’acqua di 1,5 lt di plastica. Sono rimasta molto colpita dal gesto, ho apprezzato davvero il pensiero che ha avuto nei miei confronti. Non la conoscevo. Si è avvicinata con la bottiglia e mi ha fatto sentire accolta.

Lo spreco di cibo, un paradosso

Un aspetto che invece mi ha molto amareggiato è stato lo spreco di cibo che ho avuto modo di osservare. In alcuni campi non si spuntano i nomi di chi usufuisce della mensa. Si rischia quindi di preparare per 150 e di servire 120 persone o di preparare per 130 e trovarsi a dover improvvisare 10 pasti in più, con il dubbio che forse si sia accodato qualcuno che non appartiene al campo. Il risultato: ogni giorno le diverse mense dei diversi campi buttano nel cassonetto dell’umido teglie di pasta, bistecche, di pesce, di verdure, oltre a cassette di uva e di altra frutta che non si è riusciti a smaltire per tempo. Lo spreco è inevitabile e recuperare i pasti in esubero, dirottandoli ad hoc alla popolazione residente, sembra essere un’impresa titanica se non impossibile sia per questioni sanitarie che per l’impossibilità di dare una continuità al flusso. Non è possibile neppure pensare di darlo agli animali per questioni sanitarie. L’unica soluzione è la pattumiera. Un paradosso o forse solo la soluzione più comoda e veloce. Se penso al numero delle mense aperte nelle varie tendopoli e al numero dei giorni trascorsi dal 7 aprile ad oggi, posso solo immaginare la quantità di cibo buttato in pattumiera (però si è fatta ben attenzione a metterla nell’umido)… Ed immediatamente si sovrappone nella mia mente l’immagine di un’anziana che nella piazza del mercato di Chisinau cerca cibo rovistando in una pattumiera…

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