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Death Note, la recensione: l’adattamento che nessuno ricorderà

scritto da Paola Pirotti

È online su Netflix dal 25 agosto Death Note, chiacchierato adattamento del celebre manga/anime giapponese di  Tsugumi ŌbaTakeshi Obata. Dopo le controversie sul cast e il rifiuto dei fan, il film di Adam Wingard ha finalmente visto la luce.

Un giovane ragazzo viene in possesso di un misterioso quaderno che ha il potere di uccidere chiunque scrivendone il nome. La trama è così intrigante che sembra impossibile poter dare vita ad un disastro. E invece.

L’unica premessa che accompagna questa recensione riguarda il confronto con l’anime: non esiste un confronto. È impossibile perché in comune hanno solo un titolo e qualche nome. Per il resto, parliamo di Death Note in quanto film targato Netflix. Insomma, l’unico modo è fingere che non esista una versione originale.

Death Note
Light incontra Ryuk in Death Note (2017)

Protagonista del film è Light Turner (interpretato da Nat Wolff), un ragazzo privo di una qualche caratteristica che provochi empatia nello spettatore. L’interpretazione di Nat Wolff si riduce a quella di un ragazzo sfigato che finisce per rivelarsi uno psicopatico. Light è presentato come un ragazzo brillante e geniale, ma durante il film fa altro che essere preso in giro da Mia Sutton (interpretata da Margaret Qualley).
I personaggi non offrono nessun tipo di storia personale.
Per qualche motivo – uno che non ci è dato conoscere – una cheerleader ha una malsana voglia di uccidere gente. Una sete di potere inquietante.
Alla fine del film sentiamo di non conoscere davvero nessuno. Il nostro tifo non esiste. Death Note svuota i suoi personaggi di intelligenza e emozioni.

Death Note
Margaret Qualley è Mia in Death Note (2017)

Unico interprete vagamente interessante è Lakeith Stanfield. La controparte del protagonista, L, è un investigatore privato dalla personalità eccentrica e un rigido senso del dovere per la giustizia. Peccato che il personaggio, in fin dei conti, non faccia poi molto se non saltare sulle sedie e trovare soluzioni senza ragionarci sù. Il ruolo è ridotto a ridicolo antagonista – eppure c’è qualcosa nello sguardo di Lakeith che ci lascia credere che con un film migliore avrebbe potuto fare un buon lavoro.
Tra Light e L, però, non nasce un rapporto o una contesa che ci faccia chiedere: chi è davvero il buono e chi il cattivo?

Death Note non è un film fatto male. Esteticamente parlando è interessante, la regia di Adam Wingard ha dei punti forti. Il Ryuk di Willem Defoe, inoltre, è tragicamente divertente, ma per troppo poco tempo. Il problema è nel modo in cui viene affrontata la storia.

Death Note
Lakeith Stanfield è L in Death Note (2017)

Di cosa parla davvero Death Note? La produzione non sembra averlo capito. E questa confusione emerge spontanea ad ogni tentativo di rendere il film attraente. A tratti il film sembra parlare di una storia d’amore contorta. Successivamente sembra voler affrontare il concetto di bene e male. Ma alla fine tutto ciò che rimane è un vago remake di Final Destination.

Se siete fan del bellissimo anime a cui è ispirato questo film, non abbiate paura. È un disastro, ma probabilmente lo sapevate già.
Se non avete mai sentito parlare di Death Note e volete solo passare un paio d’ore a guardare qualcosa di poco impegnativo, il film va più che bene.

Death Note
Willem Defoe è Ryuk in una scena di Death Note (2017)

Avete visto Death Note su Netflix? Cosa ne pensate?