Baby 2: la recensione della seconda stagione della serie Netflix

di Federica Marcucci

È passato un anno e Baby 2 è tornata su Netflix con i suoi personaggi in cerca di perché, in un mondo che rende assai facile – a giovani e adulti, giocare con modi di essere e identità multiple. Come l’anno scorso anche noi abbiamo guardato Baby 2, dal primo all’ultimo episodio (qui potete trovare un approfondimento sul finale di stagione); e, come l’anno scorso, non siamo rimasti particolarmente colpiti da questo prodotto seriale.

 

Ci dispiace, in realtà. Sì perché dopotutto Baby è una produzione italiana legata a Netflix e che dunque sarà distribuita in tutto il mondo, ma secondo noi – nonostante il fare ammiccante, parla ai teenager in modo ancora troppo superficiale.

Tra cronaca e fiction

Come è noto la serie prende le mosse da un fatto di cronaca (quello delle baby squillo dei Parioli), rielaborato a fini narrativi per diventare metafora della perdita di identità e delle incertezze adolescenziali. La premessa, per quanto a tratti ambigua, potrebbe essere buona. Peccato che, così come nella prima stagione, Baby 2 si perde nella sua scarsa originalità – costantemente nascosta da una patina che pretende di essere originale, e in una narrazione a tratti macchinosa.

Certo la serie si lascia guardare (anche con cinque ore circa di bingewatching), ma nel corso dei sei episodi si aprono questioni che ci hanno fatto pensare cosa intenda comunicare esattamente Baby 2. Se la prima stagione raccontava di un disagio giovanile (ma anche degli adulti), sfogato in atteggiamenti al limite del proibito, la seconda stagione parte dalle stesse premesse ma in modo ancor più confusionario.

Dalla prima alla seconda stagione

Le protagoniste, Chiara e Ludovica, ma anche i loro amici, agiscono in modo confuso e senza cognizione di causa, generando una concatenazione di eventi da cui non si può tornare indietro. Dall’altra parte e, ancora una volta, gli adulti – soprattutto gli uomini, perdono qualsiasi connotazione positiva, incapaci di gestire o proteggere i ragazzi che gli stanno accanto: che siano genitori o insegnanti.

In questo senso, secondo noi, Baby 2 è ancora una volta troppo indulgente con i propri giovani e troppo malevola nei confronti degli adulti, dando origine a una spaccatura sicuramente presente, purtroppo, in tanti contesti socio-culturali ma troppo caricaturale. Pensiamo alla figura del padre di Chiara o a Tommaso, il professore di Ludovica.

È come se gli atteggiamenti sconsiderati dei loro riferimenti adulti legittimassero i ragazzi a comportarsi in modo violento, meschino o al limite della legge. Il tutto con l’obiettivo di nascondersi pur di non svelare al mondo chi realmente si è. Anche perché, giustamente, si è troppo giovani per saperlo. Nonostante tutto l’idea che ogni errore, anche il più grave, ogni scelta dei ragazzi possa essere perdonata o comunque circoscritta a “ribellione adolescenziale” è eccessivo.

Cosa vuole dire esattamente la serie?

Baby è un teen drama, dunque una serie narrativa. Non nasce per essere una storia di denuncia, anzi il suo obiettivo pare essere proprio quello di raccontare vite allo sbando a cui, dopotutto, va bene così. Però qui nasce un gap. Come dichiarato recentemente da Benedetta Porcaroli, che nella serie interpreta Chiara, i personaggi delle ragazze sono diventati un punto di riferimento per molti giovani che si sono trovati a vivere in situazioni difficili. Qualcosa che a nostro avviso dovrebbe essere approfondito…

E qui torniamo alla nostra domanda. Che cosa vuole comunicare Baby: un disagio, una problematica sociale?

Qualunque cosa sia appare, a nostro avviso, estremamente confuso. Ma soprattutto ancora troppo patinato e irreale, per quanto realistico. Il cinema e, soprattutto oggi, le serie tv sono piene di antieroi che commettono errori madornali allo scopo di cambiare la propria vita.

Una realtà troppo stereotipata

I personaggi di Baby 2 sbagliano, sbagliano tutti e tantissimo. Ma ogni loro azione non è mai mossa da un disagio veramente profondo. Il tutto sembra più un insieme di capricci. “Un gioco”, come non esita a dire la liceale di Prati. Va da sé che i protagonisti iniziano ad apparire ben presto bidimensionali o comunque poco approfonditi, nel ritratto di una realtà stereotipata.

Ci sono tante storie che raccontano il disincanto con più poesia e realismo. Baby 2 non è certamente una di queste. Nonostante gli intrighi, situazioni subdole, apparenza dilagante e sperpero di denaro la visione di questo modo marcio non è credibile perché assolutizzata.

Ciò non significa ignorare che Parioli, così altri quartieri ricchi d’Italia e del mondo, sia toccato da droga, violenza e prostituzione. Probabilmente, e purtroppo, è stato ed è in parte così.

Ma Baby 2 non è una storia di denuncia o una cronaca sociale, di conseguenza rendere Parioli metafora della decadenza contemporanea suona esagerato e a tratti ridicolo.

Che cosa ne pensate di Baby 2, l’avete già vista?

 

 

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