Jannacci: "Grazie alla fede, sento dentro qualcosa di speciale"

di admin

Mercoledì 26 agosto, proprio nel giorno in cui Enzo Jannacci, con un grande concerto, ha presentato al Meeting di Rimini il suo ultimo cd, The Best, il quotidiano Avvenire ha pubblicato un’intervista molto intima da lui rilasciata sul tema della fede.

Le sue parole spiazzano: "Non sono mai stato ateo, ho una concezione della vita peculiare, mi ispiro a una concezione filosofica – ad esempio a Umberto Eco – che può sembrare opposta alla religione ma non lo è. E io rifletto molto, da molto tempo, sulla fede." Spiazzano sopratutto chi ha in mente le sue canzoni, che "parlano di persone stanche sul tram, di operai che si buttano giù dalle costruzioni che hanno realizzato e disturbano il traffico".
 
Un incontro sul tram

Ebbene, Jannacci quel Nazareno cui invocava una carezza a Eluana Englaro l’ha conosciuto proprio davanti ad una persona stanca sul tram: "Ho visto la sua carezza e, per quanto mi riguarda, ho visto Gesù. Ero piccolo, mi trovavo su un tram, c’era un signore che era talmente stanco che il braccio gli cadeva, una, due, tre volte. Portava gli occhiali, di quelli da vista, ma da povero, di quelli che non sono stati valutati da un oculista e neanche un ottico. Un povero operaio stanco. Gli caddero quegli occhiali e non sapevo se raccoglierglieli o meno, così nell’esitazione sono andato oltre, attratto dal tranviere che era alla guida. Quando mi sono girato quell’uomo aveva di nuovo gli occhiali ed era sveglio. Insomma, aveva un’altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza, rincuorato. Amo credere che sia stato Lui. Altri penseranno diversamente, ma io ci credo molto."

"Quando uno ha la fortuna di alimentare la fede ha voglia di cantare"

Già, quella del cantautore milanese è una ricerca continua e costante: "Ho un gran bisogno di proseguire questa ricerca e non perché prima fossi ateo; semmai, da giovane ero stupito di queste cose, un po’ come Einstein era stupito di fronte alle sue stesse scoperte: dentro di me c’era il seme di questa fede ma come per il talento musicale quel seme bisogna alimentarlo. Uno non nasce con la fede dentro, in qualche interstizio della propria anima o dell’ipotalamo. Quando ha la fortuna di riconoscerla e di alimentarla, prova le stesse situazioni emotive dell’amore, vede la luce attraverso uno spettro diverso, ha voglia di parlare con gli altri, di cantare; sì, di cantare come ho fatto io la scorsa settimana, in auto, a squarciagola. Quando parlo con un prete, o con i miei familiari, che sono molto attenti a queste problematiche, sento dentro di me qualcosa di molto speciale."

Ora, quel giovane, a settantaquattro anni dichiara di "non avere più il tempo per occuparmi di cose troppo terrene; ora guardo al cielo, all’interscambiabilità degli spazi, dove andiamo a picchiare tutti prima o poi. Anche se ho scoperto di avere meno paura dell’eterno."
 
Ciò che fa più paura è l’indifferenza

Semmai, ciò che fa maggiormente paura oggi a Jannacci è "questa gloriosa indifferenza che ci circonda". Una gloriosa indifferenza che "è così comoda, un egoismo ricco, per il quale va tutto bene". Ma, come medico, Jannacci dice che "la vita – passatemi l’espressione – è una condanna a morte: è inevitabile, sono stato per anni intorno ai letti della terapia intensiva e dei reparti di rianimazione per averne un’idea diversa, ma sempre come medico e come uomo dico anche che salvare una vita è come salvare il mondo. E allora prima viene la vita, prima si corre, si salva l’esistenza della gente poi si analizzano i meccanismi dell’asilo politico, dell’immigrazione, ecc. Prima si fa ribattere il cuore, tirandoli fuori dall’acqua. Certo, è difficile amare il prossimo, ancor più difficile amarlo come se stessi. Ma è la via per arrivare a Dio."

Immagini:
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