Le notti al mirtillo di Norah Jones

di admin

La passione è un filo impalpabile ma di uno spessore insieme granitico e tagliente, e un maestro del melodramma come Kar Wai lo sa bene. Il regista di Hong Kong torna a parlarci d’amore, ma con uno spirito diverso rispetto ai suoi precedenti capolavori (“In the mood for love” e il seguito “2046”). Nell’ultimo lavoro qualcosa è cambiato, forse proprio il tono occidentale che stabilisce la diversa natura della “distanza” (fisica, psicologica, sentimentale), protagonista delle sue sceneggiature. Quel tema del viaggio inteso come spazio simbolico in cui perdersi, ritrovarsi, in cui si è assenti a se stessi, stavolta trova una meta in quello che Wong Kar Wai considera un debutto, il suo primo film americano.
Ma non è l’unica novità. Ce n’è un altro di debutto, altrettanto mirabile, quello di Norah Jones nei panni della protagonista Elizabeth.

«Quello che mi ha attratto di lei fin da subito è il tono della sua voce, è uno strumento musicale. Se ascoltate il film senza guardarlo lo troverete già molto cinematografico» ha dichiarato il regista.
La fisicità della voce di Norah consegna una concretezza al viaggio di Elizabeth che, dopo aver rotto una storia importante, decide di lasciare New York alla ricerca di un lavoro e nella speranza di guarire le sue ferite. Un road movie che ha fine in quel caffè dove tutto era iniziato quando, confidandosi con il proprietario Jeremy (Jude Law), un bacio tra i due era stato sfiorato. Complice una torta al mirtillo.
Racconta la ventisettenne newyorkese a proposito del suo ingaggio da parte di Kar Wai: «Mi ha chiamata e io pensavo per propormi la colonna sonora del nuovo film, cosa che avrei fatto volentieri perché ho molto amato “In the Mood for love”. Invece mi cercava per fare l’attrice. Ho pensato fosse pazzo, ma ho detto di sì e mi sono lasciata guidare. I primi giorni sul set ero molto nervosa, inutile negarlo. Non parliamo poi di quando ho visto la cast list. Poi piano piano mi sono lasciata andare».

Una voce che diventa corpo la sua. Una sensuale tenerezza di cui ci ha fatto dono sin dal suo primo singolo “Don’t know why”, dall’album di enorme successo “Come away with me” che l’ha consacrata una delle voci più straordinarie del modern jazz contemporaneo a soli 22 anni.  Figlia d’arte del musicista Ravi Shankar, con cui il difficile rapporto l’ha portata a cambiare nome, otto statuette alla 45ma edizione dei Grammy Awards e un sorriso di velluto: Norah sa farsi interprete di profondità e fascino, insieme spessore ed eleganza. Folk e blues nelle sue canzoni come nella sua storia, il romanticismo della provincia in cui è cresciuta (Grapevine, Texas) e la malinconia fumosa metropolitana della Manhattan dove ha concretizzato il suo sogno.

Maturata sulle note di Billie Holiday, Aretha Franklin e Bill Evans, che risuonavano tra le pareti della casa materna, ha iniziato la sua carriera nel circuito del Greenwich Village, dove si è trasferita a soli vent’anni. Qui Bruce Lundvall, direttore della celebre Blue Note Records (etichetta Emi di musica jazz), dopo aver ascoltato tre brani di un demo della giovane Norah, si accorge di avere tra le mani un vero e proprio talento.
Con l’aiuto di Arif Mardin, arrangiatore e produttore, vede la luce il suo primo album, appunto “Come away with me”: un connubio di folk-pop, jazz e soul con la partecipazione musicale di artisti di enorme spessore, come Bill Frisell alle chitarre e Brian Blade alle percussioni. Sono quasi ventimila le copie vendute, ma la ragazza prodigio ha appena iniziato. Seguono “Feels Like Home” e “Not Too Late” e brani come Sunrise, Don’t Miss You At All, Thinking about You, la proclameranno una delle cantanti più emozionanti del panorama musicale mondiale.

Non sorprende che sia ricaduta su di lei la scelta di Wong Kar Wai, nel suo viso e nella sua voce c’è l’essenza stessa di “My Blueberry Nights”: la concretezza di una passione e il completamento di un percorso. La dolcezza di un bacio al mirtillo.

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