YUCATÀN

di admin

Il “male dello Yucatàn”
C’è chi dice che dopo essere stati in Africa per la prima volta sia impossibile non soffrire di nostalgia di quei luoghi lontani, caldi, misteriosi e magici, avvolti nella sognante atmosfera di deserti e oasi, di palme e datteri, di capanne e sorrisi delle popolazioni indigene: è il classico “mal d’Africa” . Ma c’è anche chi sostiene che esista il “male dello Yucatàn”. Io sono tra i suoi sostenitori e tra i più grandi sofferenti di questo meraviglioso male, il cui unico sintomo è un amore incondizionato per quella terra, che costringe a volarci con la fantasia ogni qualvolta la mente sia libera di divagare e staccare la spina dalla realtà.

Gli albori di una nuova civiltà
La penisola dello Yucatàn si trova nello Stato centroamericano del Messico, ed è uno dei ben 31 Stati in esso presenti. Per anni è stata la culla di una civiltà meravigliosa, che ha lasciato segni indelebili sul territorio e nelle tradizioni degli abitanti odierni del posto: i Maya, che popolarono questa terra a partire da circa quattro millenni fa. Fu proprio grazie a loro che lo Yucatàn è conosciuto a tutto il mondo con tale nome: il termine infatti deriva dall’esclamazione “Yectean”, “non ho capito”, cioè ciò che essi dicevano quando i conquistatori spagnoli insistentemente chiedevano loro in quale luogo fossero capitati.

Ma, oltre ad aver coniato inconsapevolmente il nome della propria terra, i Maya ci hanno lasciato qualcosa di cui è impossibile non meravigliarsi, per la quale non commuoversi è un sacrilegio: l’architettura.

Una storica culla di architettura, stupore e commozione
Sono moltissimi i siti archeologici da visitare in questa splendida penisola, ma, non a torto, i più belli e i più conosciuti sono senza ombra di dubbio il meraviglioso sito di Uxmal, l’altrettanto stupefacente Ek Balam, e, ovviamente, l’indimenticabile Chichén Itzà. Sono culle di stupore, nidi di meraviglia, cuore di una civiltà che rimarrà immortale nel tempo.

Come non meravigliarsi davanti alla magnificenza della piramide a gradoni di Kukulcàn, della natura lussureggiante che la circonda, dell’unicità della vista che si ha dalla cima della costruzione e di cui si può godere così poche volte nella vita? Come non provare stupore e commozione trovandosi al centro dell’enorme complesso di uno dei tanti campi in cui si praticava anticamente una primitiva versione della pallamano, conosciuta come il gioco della pelota, e in cui si praticavano rituali, decisamente troppo barbarici ma così sinistramente particolari e caratterizzanti della loro cultura, come il sacrificio volontario del capo della squadra vincitrice dell’incontro in onore delle divinità pagane?

Ma, soprattutto, l’emozione che si prova trovandosi a camminare sotto la pioggia di uno tipici temporali estivi, accanto ad una piramide a gradoni eterna da migliaia di anni, con l’erba più verde che si possa mai ammirare che ti accarezza dolcemente i piedi chiusi solo dal minuscolo filo delle infradito, è indescrivibile: è la pace interiore. Una pace con se stessi e col mondo. Una momentanea sospensione della nostra caotica vita fatta di tecnologia. Una fusione totale di anima e corpo con una civiltà sepolta da millenni. Un mistico viaggio nel tempo, mano nella mano con la storia.

Un tuffo lungo un’eternità
E per concludere al meglio questa magica esperienza, non si può non tuffarsi letteralmente nelle gelide e cristalline acque di un caratteristico cenote, ovvero una grotta sotterranea scavatasi nei millenni grazie all’erosione, in cui gli antichi Maya si rinfrescavano, lasciandosi l’afa caraibica alle spalle.

L’acqua è un po’ fredda, ma ne vale davvero la pena. Soprattutto se poi ad aspettarci c’è un’infinita spiaggia di sabbia caldissima pronta a riscaldarci col calore assorbito dal Sole così ostinato a irradiare questo meraviglioso lembo di terra.

Non esiste un luogo più magico al mondo.

Per maggiori info visita Yucatàn.it

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