Volontariato: la testimonianza diretta dall'Africa

di admin

Alessandra nel 2005 ha deciso di fare la sua prima esperienza di volontariato internazionale in Africa. In questa breve intervista ci racconta il suo indimenticabile viaggio in Etiopia e ci riporta la sua testimonianza ricca ed allo stesso tempo scioccante

L’intervista

Come hai deciso di fare questa esperienza?
Beh, ormai erano diversi anni che avevo in mente questa folle idea. Nel 2005 poi ho deciso di cambiare la mia vita. Ho lasciato il mio lavoro e mi sono rimessa sui libri per diventare educatrice. Ho capito  che questo anno di passaggio, poteva essere l’unica occasione per realizzare questo mio grande desiderio e così  nel febbraio del 2005 mi sono ritrovata in Etiopia con due valigie cariche di medicinali e vestiti, destinati ai bambini della Casa di accoglienza di Madre Teresa di Calcutta di  Adis Abeba.

Quali sono state le tua prime impressioni al tuo arrivo alla missione?
E’ veramente difficile descrivere quello che si può vedere in un centro di accoglienza di Madre Teresa. Volendo riassumere in poche parole direi: l’anticamera del paradiso e dell’inferno allo stesso tempo.

Che intendi dire?
Intendo dire che la maggior parte delle persone che si trovano lì, arrivano in tali condizioni di precarietà, da non voler altro che aspettare una morte dignitosa tra le braccia di una suora o di un volontario. Per queste persone il centro non può che essere un passaggio dall’inferno della propria vita al paradiso.

Quante persone vivevano nella missione?
Circa 1.000 tra donne, uomini, anziani, bambini, disabili e malati e pensa che il lavoro veniva svolto solo da cinque suore e quattro o cinque volontari.

Ma come è possibile? Come trascorrevano le vostre giornate?
Tutto il nostro tempo era dedicato all’assistenza a tutti i malati, alla preparazione dell’unico pasto previsto per la giornata e alla pulizia delle stanze che comunque erano sempre in condizioni disumane; in un letto o su un materasso sbattuto a terra potevano dormire anche due o tre persone contemporaneamente.

I bambini come occupavano il loro tempo? Erano previste anche delle attività educative?
Tutto ciò che avevano a disposizione era un pallone sgonfio, una giostrina arrugginita e alcuni fogli con dei pennarelli. Nessuna scuola e nessun insegnante.

Quello che ci hai descritto è un quadro davvero inquietante e triste.
La cosa più inquietante è la sensazione di impotenza e di vuoto che si percepisce continuamente, vivendo in un luogo del genere. Dopo un mese trascorso in Etiopia, tutte le mie prospettive sono cambiate, le mie certezze svanite, ma ancora oggi ricordo la maggior parte dei visi di quei bambini e dei loro sorrisi, che porterò sempre dentro di me e che hanno reso questa esperienza unica e indimenticabile per quanto densa di verità ed emozioni.

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