Kakà vince ancora: una questione di fede!

di admin

Le ginocchia piegate sull’erba umida, lo sguardo limpido puntato verso il cielo e una dichiarazione sulla maglietta: "I belong to Jesus" – io appartengo a Gesù.

Tutto ciò davanti a milioni di spettatori e curiosi di tutto il mondo. Ieri, infatti, il Milan ha vinto il suo quarto titolo mondiale della storia battendo 4-2 il Boca Juniors.
Un’outing così non può che suscitare grande clamore, specialmente in una società dove si discute se tenere o meno i crocifissi nelle aule.

Il caso Kakà
Ricardo Izecson dos Santos Leite, alias Kaká, è nato a Brasilia il 22 aprile 1982, ma già da piccolo si è trasferito a San Paolo, nel quartiere residenziale di Morumbi. Attualmente gioca nel Milan e vive in Italia con la giovane moglie Caroline.

Di buon carattere e famiglia solidissima, Ricky crede alle tradizione ed è religiosissimo.
Kaká è sicuro di essere stato graziato da Dio quando nell’ottobre del 2000 ebbe un incidente che avrebbe potuto lasciarlo paralizzato: batté infatti la testa sul fondo di una piscina e si ruppe una vertebra del collo.

Da allora, ogni volta che segna una rete, mentre la gente lo acclama e i compagni gli si buttano addosso, si ricorda di quel momento e alza gli occhi al cielo.

Kakà rappresenta, insomma, il cristiano sempre coerente con il proprio credo religioso, anche se questo significa far sapere a tutto il mondo di essere arrivato vergine al matrimonio.

Il nostro sondaggio
Molto spesso ci vergogniamo di mostrare ciò che veramente siamo, se le tendenze vanno in un’altra direzione, ma questo significa mentire a sé stessi, prima che agli altri.
Poi scopriamo, magari, che il mondo è pieno di gente che la pensa come noi ma che ha vergogna di dirlo apertamente.

Facciamo un esempio concreto: il sondaggio che Ginger ha condotto sulle sue numerose lettrici riguardo alla verginità ("Per Kakà la verginità è un valore per il quale vale la pena fare qualche rinuncia. Per te…") ha mostrato come risultato che ben il 70% di noi crede nella verginità come valore ("Anche per me la verginità è un valore, con o senza le dichiarazioni di Kakà"), o considera la testimonianza di Kakà come un incentivo a sostegno delle proprie credenze ("Se lo ha fatto un figo come Kakà lo posso fare anch’io").

Il libro
Il suggerimento di Kakà è, insomma, quelo di essere coraggiosi e di mostrarsi per quello che veramente si è, senza paura. Ed è lo stesso degli autori di "Catholic Pride– la fede e l’orgoglio” (Piemme, 192 pagine, 9,90 Euro).
Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, infatti, sostengono che "di fronte ad un mondo che sembra colpevolizzare chi crede in Dio, vale sicuramente la pensa di essere cattolici".

Ecco uno stralcio di intervista del giornale Zenit a Mario Palmaro:


Perchè un libro sul Catholic pride?
Mi sembra innegabile che molti cattolici oggi vivano la loro fede con un senso latente di vergogna. Ognuno di noi va legittimamente orgoglioso delle persone cui vuole bene: la moglie, i figli, la madre, un fratello, un amico, il campione della squadra del cuore. Se invece qualcuno ci domanda: lei è cattolico?, beh, spesso capita che rispondiamo un balbettante sì. Quasi che essere credenti della Chiesa di Cristo sia da considerare una colpa. […] Noi vogliamo dire a tutto il mondo: essere cattolici non è facile, ma è straordinariamente bello. E’ un’esperienza nella quale nulla di ciò che è autenticamente umano viene sacrificato.

Credi anche tu che sia possibile innescare una "rivoluzione positiva" manifestando la propria fede?

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