Giovanni Allevi: il nuovo Mozart?

di admin

Diplomato in Pianoforte al Conservatorio F. Morlacchi di Perugia e in Composizione al Conservatorio G. Verdi di Milano. Si laurea poi in Filosofia con la tesi Il vuoto nella Fisica Contemporanea. È riconosciuto, ormai a livello internazionale, come uno dei pianisti più dotati e ha contribuito a rinnovare il repertorio della musica colta.

Calca il palco del Blue Note di New York realizzando così un suo grande sogno, fa una lunga tournée in Cina e poi finalmente a casa, a Milano. Ma, arrivato nei pressi dei navigli milanesi, Giovanni cade in preda ad un attacco di panico. Durante il trasporto in ambulanza racconta di essere stato sorpreso da una musica che poi è riuscito a trascrivere nero su bianco: il punto di partenza dell’ultimo album, Joy, il quarto della sua carriera.

Intervista realizzata da Pillbox

Il tuo album Joy è nato in seguito ad un attacco di panico. Credi che questa esperienza sia stata un passaggio necessario per potere esprimere in musica quello che avevi dentro?
E’ stato un passaggio obbligato. Sicuramente era necessario che ciò avvenisse. Sono contento di essere passato attraverso quella esperienza che ha permesso alla mia creatività di liberarsi. L’attacco di panico è venuto altre volte a trovarmi, ma non mi ha fatto più paura.

Si dice che tu sia stato capace di traghettare il mondo classico alle nuove generazioni, rielaborandolo e aprendolo alle nuove tendenze pop e contemporanee. Se tu potessi scegliere un periodo storico nel quale vivere per quale opteresti?
Il periodo storico che preferisco è esattamente quello che sto vivendo adesso. Sono un contemporaneo a tutti gli effetti, perché la mia musica, pur mantenendo un filo rosso diretto con la tradizione classica del passato (ottocento, primi del novecento) contiene elementi che sono tipici della contemporaneità.

Sono gli elementi del ritmo, dell’armonia e della posizione delle melodie che possono essere stati concepiti oggi e non dieci anni fa, ad esempio. Sono convinto che sia necessario inventare sempre una musica nuova che sia la rappresentazione dello spirito del nostro tempo. Solo così le persone possono riconoscersi nella musica e vivere il rapporto con un determinato momento storico in modo immediato, diretto e positivo.

Tra i vari soprannomi che ti sono stati attribuiti ti è stato dato anche quello di “filosofo del pianoforte”. Che tipo di legame esiste tra il pensiero filosofico e il pianoforte?
La filosofia mi è stata utilissima nel momento in cui mi sono dovuto distaccare dall’Accademia, perché attraverso la filosofia ho trovato la forza intellettuale per prendere le distanze dai grandi del passato e potere affermare le mie idee, altrimenti avrei rischiato di essere schiacciato da tanta grandezza. Questo per me ha rappresentato la filosofia.

E poi, in un secondo momento, la filosofia mi ha dato la consapevolezza del mistero dell’esistenza e di quanto siano importanti le emozioni, i sogni e i desideri, che sono i moventi delle nostre azioni molto più importanti di quanto noi possiamo immaginare.

Ti sei avvicinato alla musica all’età di 4 anni. Cosa hai provato la prima volta che hai messo le mani sul pianoforte?
Avevo trovato la chiave con cui mio padre chiudeva il pianoforte. Di nascosto ho aperto il pianoforte e per una settimana l’ho solo guardato, non ho avuto il coraggio di schiacciare un tasto. Dopo una settimana mi sono fatto coraggio e ho suonato una sola nota ed è stato come se un faro mi fosse stato puntato addosso. Un’emozione fortissima. Una sola nota.. Tanto che mi sono chiesto nella mia ingenuità di allora come mai la musica è fatta di tante note se ne basta una sola per darmi tanta emozione.

Giovanni Allevi è stato definito il Mozart del 2000. Quanto pesa questo nome sul percorso artistico che stai intraprendendo?
Chiaramente appare un nome molto impegnativo. Me l’hanno dato dei critici musicali. Mi ricordo, dopo un concerto a Napoli. Era una rassegna dedicata a Mozart. Il mio era l’ultimo concerto della rassegna ed io ero l’unico compositore che eseguiva la propria musica. Il giorno dopo «la Repubblica» disse: «È arrivato finalmente il Mozart del 2000».

Con questo finalmente io ho notato un entusiasmo, come per dire che è ora che torni il compositore, una figura creativa nella musica che dica qualcosa di nuovo per colmare un vuoto enorme che c’è stato per quasi un secolo. In questo Novecento i compositori si sono chiusi in una torre d’avorio e hanno smesso di comunicare con il sentire comune. Certo il paragone è impegnativo, però capisco pure cosa c’è dietro, il perché di tanto entusiasmo e di tanto ardire.

E’ partito  da Ascoli Piceno, la tua città natale, il Joy Tour 2007. Come organizzi i tuoi concerti?
Semplicemente eseguo l’album Joy dalla prima all’ultima nota, seguendo esattamente la stessa scaletta. Sul palco ci siamo solo io e il pianoforte.

Uno dei tuoi fotopensieri dice: “Le relazioni deboli sono le più forti”. Cosa intendi?
Questa mia frase non ha una valenza sentimentale.  Semplicemente nasce dalla constatazione che nella mia avventura, nella mia carriera, nel mio sogno di compositore, spesso ad aprirmi le porte sono state persone che si sono appena avvicinate alla mia vita, ma nonostante ciò si sono entusiasmate e mi hanno dato veramente tanto.

Bisogna perciò avere fiducia nelle relazioni deboli, perché chiunque può aprirti una porta, anche la persona che apparentemente è più insignificante.

 

 

 

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