Il Diavolo Veste Prada: chi è il vero cattivo del film?

di Alberto Muraro

Da un decennio a questa parte Mediaset trasmette ad intervalli regolari, circa un paio di volte all’anno, Il Diavolo veste Prada. E ogni volta è sempre la stessa storia. Poco importa quante volte lo possiate avere visto, ci sarà sempre (sempre!) spazio per un nuovo meme, per una citazione su Facebook o per un hashtag virale su Twitter.

Anche ieri sera, 11 febbraio, con l’ennesima messa in onda si è ripetuto lo stesso copione, con #IlDiavoloVestePrada schizzato in vetta ai trending topic italiani. Ma siamo proprio sicuri di averlo compreso al 100%?

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C’è punto, in particolare, che con il passare del tempo è diventato sempre più controverso: chi è il vero cattivo del film?

Se siete dei boomer con ogni probabilità vi verrà da rispondere che si tratta di Miranda Priestly, la mefistofelica direttrice del magazine Runway. Il personaggio interpretato dall’eccelsa Meryl Streep, d’altra parte, non viene paragonato a Satana in persona senza un ottimo motivo. E il romanzo da cui è ispirato, basato sulla storia vera di un ex collaboratrice di Anne Wintour di Vogue, sembra suggerire lo stesso. Ma è proprio così?

Il livello superficiale nel film Il Diavolo Veste Prada

Ad un primo impatto il ruolo del nemico da sconfiggere viene per l’appunto assegnato a Miranda, caporedattrice spietata, glaciale, inflessibile. Troppo facile. Il personaggio, per quanto molte delle sue richieste sembrino assurde, si rivela in più di qualche occasione estremamente costruttivo per l’impacciata protagonista Andrea (Anne Hathaway).

L’iconica scena dello spiegone sul colore ceruleo, in questo senso, è illuminante. Quando Andrea se la ride sotto i baffi per l’apparentemente assurda (a suo dire) scelta di una cintura, Miranda la redarguisce in modo magistrale. Dietro quella sfumatura, quel processo, ci sono infatti milioni di dollari di fatturato, ore di lavoro creativo, e le vite di chissà quante persone. Riderne significa sminuirle, e in un certo senso, così facendo, Andrea dà dimostrazione di una certa apparente superiorità intellettuale della quale potevamo anche fare a meno.

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Ma a questo punto ci chiediamo: cosa spinge Miranda Priestly ad essere così maligna e shady? Chiaramente non esiste una risposta univoca a questa domanda e, a riguardo, è soltanto possibile formulare ipotesi. Qualche indizio, tuttavia, il film ce l’ho dà. Anche Miranda, nonostante il suo essere così fredda, è una persona con dei sentimenti. Ce ne rendiamo conto quanto si dispera per il divorzio dal marito, ma in particolare quando resta senza parole dopo essere stata fatta fuori dall’editore di Runway, con la complicità di Christian Thompson.

Come molte manager in carriera di oggi, Miranda è anche e soprattutto una donna che si è dovuta fare strada tirando fuori unghie da pantera in un mondo dominato dagli uomini. Un mondo dove alle donne viene chiesto di fare il triplo rispetto ai maschi e dove non è per nulla scontato riuscire a stare a galla. Non che certi atteggiamenti siano sempre giustificabili, ma è chiaro che quando dai piani alti ti viene chiesto il massimo devi anche riuscire ad attuare degli strumenti di sopravvivenza. E per farti valere, a volte, devi persino sbraitare.

Ma veniamo, a questo punto, agli uomini del film.

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Nate è un maschilista?

In un contesto culturale dove il ruolo del maschio alpha è costantemente messo in discussione, il ruolo di Nate è stato oggetto di un vero e proprio revisionismo storico.

 

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In apparenza, Nate è il fidanzato premuroso che cucina per Andrea, che si preoccupa per lei, che l’ascolta e la attende sveglio quando lei torna tardi dal lavoro. Tutto questo fino a che Andrea non decide di mettere da parte la sua vita privata per concentrarsi sulla carriera.

A questo punto Nate cambia faccia, evidentemente non si aspettava che la sua fidanzata potesse fare il “salto di qualità”. Nel mondo di oggi, piaccia o non piaccia, arriviamo ad un punto in cui alcuni sacrifici li dobbiamo perlomeno tenere in conto, soprattutto lavorativamente parlando. Anche perché, e questo vale a maggior ragione in una città come New York, i soldi non crescono sugli alberi.

Questo non significa annullarci, ovviamente, ma rimettere in discussione alcune delle nostre priorità, per un bene superiore. Può essere il vile denaro ma anche, perché no, una più che lecita voglia di soddisfare una legittima personale ambizione.

 

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Chi ci ama, come si presume sia il caso Nate con Andy, dovrebbe comprendere anche quando nella nostra vita avviene un cambiamento significativo al punto tale da diventare prioritario. Se è pur vero che è sbagliato fissarsi soltanto sul lavoro, è allo stesso tempo necessario che chi sta al nostro fianco capisca cosa può essere davvero importante per noi. Nate è felice dell’avanzamento di carriera della fidanzata, ma forse non è pienamente consapevole di quello che potrebbe comportare nella sua vita. Più che maschilista, Nate sembra essere semplicemente infantile e a suo modo anche un po’ superficiale.

Stendiamo poi un velo pietoso su chi, superati i trenta, considera la propria festa di compleanno come un evento intoccabile!

Christian Thompson è problematico?

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Il bel Christian il film ce lo vende come un uomo piuttosto spregiudicato, perlomeno nella seconda parte del film.

Tuttavia, quando Christian conosce Andy ad una festa non è consapevole che la ragazza è fidanzata. Ma non solo. Prima di corteggiarla apertamente a Parigi, in modo tutt’altro che predatorio, si prodiga per lei in ogni modo possibile. Ma non solo. Christian ci prova realmente solo quando la relazione di Andy è già ufficialmente conclusa. E lei non si tira indietro.

Il mattino dopo Andy si risveglia nella stanza d’hotel di Christian. Paradossalmente, l’aspirante giornalista si pente delle sue azioni più quando Christian la chiama “piccola” che per il rapporto sessuale di per sé. Basta davvero un “baby” per definire un personaggio problematico?

Lily

L’amica del cuore di Andy, che in teoria dovrebbe giocare il ruolo dell’angioletto moralizzatore, non ne esce benissimo. Oltre ad essere uno dei personaggi che minimizza l’importanza del ruolo di Andy a Runway, non si fa scrupoli nel ricevere in regalo una costosissima borsa firmata, quando appena una scena dopo la vediamo definire un “fighetto” l’amico sospetto di Andy.

E Andrea?

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Andrea dovrebbe essere il personaggio più positivo di tutti, almeno in teoria. Intelligente, intraprendente, ambiziosa ma dopo tutto non troppo. Il problema è che siamo tutti esseri umani e nessuno di noi è immune alle zone d’ombra.

Miranda lo capisce subito che anche dentro di Andrea c’è una scintilla di una potenziale talentuosa caporedattrice. Se così non fosse non scriverebbe per lei una lettera di referenze così entusiasta. Eppure anche Andrea ha i suoi difetti. La supponenza e la sufficienza con cui tratta il mondo della moda prima e la voglia di farsi accettare, anche a discapito degli altri, quando arriva il momento. Ne sa qualcosa la povera Emily, che se ne rimane a New York al posto suo invece di partire per Parigi.

 

Ci sono dei compromessi, va detto, che prima o poi dobbiamo fare. Proprio per questo, probabilmente, non esiste una reale risposta alla domanda “chi è davvero il cattivo di Il Diavolo veste Prada”. Al di là dei grandi marchi e del jet-set tanto affascinanti, Il Diavolo Veste Prada è un film che ci ricorda come nella vita il vero nemico da battere, molto spesso, sia la fatica nel trovare un equilibro fra la vita sentimentale e quella professionale. Ed è forse proprio questo uno dei motivi per cui, dopo così tanto tempo, questo film crea ancora così tanto interesse.

 

 

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