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Perdersi a guardare: 30 anni di fotografia in Italia

scritto da admin

MIMMO JODICE
Spazio Forma, Milano

Perdersi a guardare

“Vorrei citare Fernando Pessoa: ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare? Questa frase sembra scritta per me e descrive bene il mio atteggiamento ricorrente: perdermi a guardare, immaginare, inseguire visioni fuori dalla realtà” (Mimmo Jodice)

Pessoa, grande intellettuale portoghese come Jodice, fotografo napoletano, dà un grande spazio all’arte tanto affascinate quanto seria del “guardare”. Il guardare per rendersi testimoni del mondo, di un fatto politico, di un evento storico, di un mutamento nel paesaggio, nella natura, nel nostro ambiente. Guardare per conoscere, per intraprendere, per capire. Guardare per uccidere l’indifferenza e migliorare il nostro rapporto con l’ambiente in cui viviamo. Guardare per il puro piacere di scoprire cose nuove.
Jodice ha deciso di fare dello sguardo il suo oggetto di  lavoro. In questo caso si è trasformato in  un viaggio all’insegna della scoperta o della ri-scoperta delle nostre città, dei luoghi nascosti, poco visbili, o “occultati” dall’abitudine; luoghi  che non siamo più in grado di vedere, che ci passano accanto, rimanendo invisibili.

Allora, chiudiamo un po’ il collegamento costante al web, e usciamo a guardare questo mondo bellissimo, dal vero! E’ sufficiente attardarsi tra queste fotografie splendide per capire quanti aspetti del nostro paese ci sono ancora sconosciuti e dovremmo scoprire.
In un epoca di globalizzazione e standardizzazione di ogni aspetto della vita, è invece importante affermare le differenze, le identità, le cose tutte speciali che caratterizzano la nostra identità.

Mimmo Jodice, grande artista del mezzo fotografico, ci presenta questi suoi “disvelamenti” alternando visioni di paesaggio e di natura ad immagine profondamente cittadine.
Il suo è un Grand Tour, visto con occhio solo apparentemente realista, che include tappe nelle più significative città italiane.
Possiamo individuare diversi nuclei d’interesse

  • l’archeologia industriale, ben rapprsentata da Mirafiori e Torino e la zona industriale di Marghera e dalla risiera di S.Sabba a Trieste
  • il senso del sacro e la spiritualità drammatica del Sud Italia, con un focus particolare su Sicilia e Napoli, città natale di Jodice
  • architettura barocca e religiosa
  • paesaggi rocciosi e marini
  • abitazioni modeste, muri cittadini

Dal punto di vista squisitamente artistico, l’interesse dell’operazione di Jodice risiede nella sua trasposizione di un codice estetico barocco, tipico delle sculture religiose della Napoli del 600, nel linguaggio fotografico: ecco l’origine delle ombre violente, dei contrasti di luce, dei corpi scolpiti come statue del dramma teatrale della povertà.

Il suo non è uno sguardo disincantato e romantico, ma presuppone uno studio antropologico e storico del territorio e di chi lo abita, e sempre al di fuori dei luoghi comuni. Jodice individua dunque alcuni elementi che caratterizzano la città presa in esame, li studia scrupolosamente, e sceglie il modo migliore per rappresentarli. Questa modalità raramente corrisponderà al realismo puro, ma sarà sempre una realtà “scomposta e ricostruita” a partire dal rapporto fisico con l’ambiente che la ospita e da come viene vissuto dagli abitanti del luogo. È rilevante il rapporto che la storia ha intessuto con esso, che potrà essere di affetto, di venerazione, di aggregazione, di fascinazione; ma anche di sospetto, di paura, di indifferenza. Questa volta è bandito lo sguardo partecipativo dell’artista: egli si fa tramite delle emozioni degli abitanti del luogo, che lo plasmano. E’ come se Jodice utilizzasse i propri strumenti per tradurre questa visione, al servizio di coloro ai quali, indirettamente, vuole dare voce.

In un caso questa apparente “oggettività” antropologica viene meno: e questo caso è Napoli, che da sola è la protagonista di almeno la metà degli scatti che vediamo in mostra. E questa eccezione è tale in quanto Napoli è città natale del fotografo, condizione che rende Jodice al contempo soggetto protagonista dello sguardo in quanto autoctono, e “tramite” tecnico dello stesso sguardo in quanto artista e fotografo.

 Allora, quasi come in una atlante geografico molto speciale, attraverso questo processo appaiono, se possibile, ancora più stridenti i contrasti del Bel Paese: l’ordinatissima, altezzosa Torino, che si  riflette splendidamente nei suoi palazzi regali e negli scaffali ordinati e preziosi degli archivi di stato, alle case di Bolzano, perfette e accurate da sembrare di cartapesta, passando per la risaia di S. Sabba a Trieste, così essenziale, asciutta e imponente. Poi sordidi paesaggi cittadini di Napoli, delle sue tende, dei suoi panni a stendere scomposti, dei suoi muri scrostati e dei suoi simboli di morte e religiosità ayala  che ve la presenterà nella sua veste più misteriosa. Ma anche il contrasto con la bellezza dei suoi reperti archeologici e del suo mare, la bellezza violenta del vulcano di Stromboli, circondato dall’acqua, la perfezione cinquecentesca degli interni delle chiese romane, e ancora diversi reperti archeologici proveniente da Paestum ed Ercolano.

 Insomma, un rapporto metaforico quello ricostruito dall’artista, che parte dal paesaggio diventato simbolo riconosciuto, oppure simbolo involontario e inconsapevole (vedi albergo pia misericordia a Napoli) per raccontare la città tutta e i suoi abitanti.

FORMA – CENTRO INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA
Dal 12 settembre 2007 al 25 novembre 2007
Piazza Tito Lucrezio Caro 1 (20136)

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www.formafoto.it