Come sopravvivere ad un talent show e restare sulla cresta dell’onda

di Alberto Muraro

Quando lo scorso 20 marzo Elodie di Patrizi ha deciso di comune accordo con il suo (nuovo) management di cancellare il suo live milanese, nessuno o quasi ha battuto ciglio. I primi dubbi sul valore dei talent show al giorno d’oggi e sugli strascichi che hanno sui loro partecipanti ci sono però venuti a poche ore di distanza dall’annuncio della seconda classificata di Amici 15, quando il collega Alessio Bernabei ha dovuto rimandare i suoi due imminenti live all’Alcatraz e all’Orion Club per “lavorare al suo nuovo album”.  Inutile negare che è venuto a molti il pensiero che dietro queste decisioni ci fossero tutt’altre motivazioni, ben diverse dai semplici “problemi organizzativi”.

Che i biglietti per i concerti e/o i dischi non si vendano più come un tempo è in effetti cosa ormai risaputa. Per quanto i fan possano essere fedeli e appassionati, infatti, non tutti hanno la disponibilità economica di assistere ad un live o effettuare un download legale di un album. Noi di Ginger ce ne eravamo accorti proprio lo scorso anno in occasione del live di Alessio Bernabei all’Alcatraz, che non era riuscito a riempire neanche la metà del noto locale milanese, per quanto nella scaletta (già molto forte di per sé) fossero presenti anche Benji e Fede.

I talent show come Amici e X Factor dunque non “tirano” più come un tempo? Forse sì, anche se sull’argomento è necessario muoversi con i piedi di piombo, perché tutto dipende dai punti di vista con cui si analizza il successo di un artista e dagli elementi a cui è necessario dare più peso per sviluppare un giudizio completo sul tema. Sembra infatti una banalità, ma è tutta colpa di internet se ad oggi le carte in tavola sono radicalmente cambiate: il “mood” dei fan nei confronti dei cantanti ormai si misura in stream su Spotify (o sulle altre piattaforme), in follower su Instagram, Twitter e Facebook, e in base al numero di visualizzazioni dei video sui rispettivi canali Youtube. Il problema, com’è ovvio, è che un singolo fan può riascoltare un pezzo decine, se non addirittura centinaia di volte, numeri che poi non corrispondono alle teste canterine (e paganti) sotto ad un palco.

Se un artista vuole sopravvivere dopo aver partecipato (o addirittura vinto!) un talent è prima di tutto necessario che si metta bene nell’ordine delle idee che i metodi classici di avvicinamento al proprio pubblico non bastano più. Servono idee nuove, contenuti accattivanti, strategie efficaci e perché no anche un po’ rischiose. Il mercato italiano, per esempio, è saturo di pop melodico, per cui scegliere di mettere anima e corpo in progetti discografici di questo tipo può non costituire la migliore delle opzioni. Chi si è salvato in questo caso, almeno in classifica, sono state Emma Marrone e Alessandra Amoroso, che hanno però puntato su due dei più grandi hitmaker italiani come Kekko Silvestre dei Modà e Michele Canova, che sono comunque già in fase calante.

Perché mai, dunque, personaggi come Soul System, Elodie, il bravissimo Sergio, Roshelle non hanno avuto la visibilità che si sarebbero meritati? La risposta è semplice, non hanno osato abbastanza. Marco Mengoni, in questo senso, è l’esempio perfetto da seguire: forte di un bell’aspetto (che non guasta mai) Mengoni si è sporcato le mani di inchiostro a scrivere i propri pezzi, ha combattuto (dopo un esordio in sordina) per pubblicare un album “difficile” ma bellissimo come Solo 2.0, si è affidato a produttori di certo rodati ma consapevole della necessità di svecchiare un genere diventato obsoleto (si vedano i casi di Ti ho voluto bene veramente e Guerriero). Nel frattempo Michele Bravi si riprendeva dal buco nero in cui era caduto sfruttando la sua personalità sul web virale e dichiarando il suo rapporto odi-et-amo con la musica con due dischi notevoli come I Hate Music e Anime di Carta.

Esiste dunque una regola da seguire una volta usciti da un talent per non cadere nell’oblio? Probabilmente no, d’altra parte, lo sappiamo bene, il mercato discografico (e il rapporto domanda e offerta) è mutevole e spesso persino sorprendente. La parola d’ordine, in un caso o nell’altro, deve essere una sola: originalità. Pensare di poter andare avanti con lo stesso tipo di canzone e un approccio alla musica fossilizzato è un atteggiamento retrogado che, come stiamo notando, porta il pubblico ad annoiarsi facilmente e a prediligere altri stili, altri generi, altri approcci. Se uno come Brunori Sas riesce a fare sold out a Milano, per dire, forse è arrivato il momento che qualcuno inizi a porsi qualche quesito in più.

Che cosa ne pensate dei talent e del tipo di musica e artisti che propongono?

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