Cancel Culture: cos’è e come si può tradurre in italiano

di Alberto Muraro

Il periodo storico nel quale viviamo è indubbiamente molto complesso e delicato. Da certi punti di vista, è come se stessimo vivendo un secondo ’68. Mai come negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito al sollevamento popolare di un particolare frangia di popolazione. Un gruppo di persone fino a non molto tempo prima emarginate, discriminate ma finalmente pronte a combattere per uguaglianza e diritti. Anche a suon di cancel culture. Ma di che cosa stiamo parlando esattamente?

Che cos’è la Cancel Culture? La lettera di Harper’s Bazaar ci aiuta a comprenderla

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Qualche giorno fa un gruppo di intellettuali (fra cui anche J.K. Rowling) ha firmato su Harper’s Bazaar una lettera nella quale, in buona sostanza, propugnava l’importanza della libertà di espressione. La Rowling, in particolare, si è trovata di recente vittima della cancel culture per le sue dichiarazioni controverse sulla comunità transessuale.

Nella lettera, in pratica, il gruppo di intellettuali difendeva il diritto di poter esprimere la propria opinione, un’opinione tendenzialmente (ma non necessariamente) rivolta verso destra. Il gruppo di intellettuali pretendeva insomma di potersi esprimere su determinati temi senza per questo dover essere per forza “cancellata” sui social.

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cancel culture
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La cancel culture, idealmente orientata verso posizioni radicali e di sinistra, punta a distruggere i personaggi che considera scomodi, anche quando certe dichiarazioni o frasi sono state pronunciate in un passato non recente. In questo senso si può trasformare in un potente ed efficace strumento politico.

Per comprendere in modo più semplice che cos’è la cancel culture immaginate di raggruppare tutti gli hashtag #IsOverParty emersi su Twitter negli ultimi anni. Per la cancel culture basta una frase che riemerge dal passato, una gaffe, un’opinione contraria ad un certo tipo di mainstream per cancellare qualcuno.

Fra gli innumerevoli personaggi cancellati nel corso del tempo (anche se non per motivi politici) c’era stata Kim Kardashian ai tempi della faida con Taylor Swift.


La stan culture, da certi punti di vista, può idealmente essere associata alla cancel culture. Immaginiamo che un personaggio critichi o insulti un vip particolarmente amato: i suoi stans faranno di tutto per cancellarlo, tendenzialmente a suon di hashtag.

In teoria, la cancel culture si è posta come baluardo di social justice nei confronti di tutte quelle categorie che fino ad oggi non avevano avuto voce. Le battaglie della comunità afroamericana, della comunità lgbt e del movimento #MeToo hanno fatto ampio uso di strumenti social di questo tipo. Il dibattito sulla questione è ancora molto aperto. Da un lato, per l’appunto, alcuni sostengono che la cancel culture sia necessaria per stravolgere uno status quo fino ad oggi rimasto immutato. Dall’altro c’è appunto chi accusa questo tipo movimento di vera e propria censura nei confronti di determinati tipi di posizioni politiche.

Come si può tradurre Cancel Culture?

Molte testate italiane come Wired hanno utilizzato frasi come “cultura della cancellazione”. Una traduzione letterale che può funzionare ma che, fondamentalmente, non rappresenta esattamente il concetto. Perché? Beh perché la cancel culture è, ad oggi, un fenomeno anche e soprattutto statunitense (perlomeno per quanto riguarda i suoi effetti concreti sull’opinione pubblica). Cancel culture, insomma, dovrebbe rimanere cancel culture ed essere eventualmente spiegata in maniera più approfondita in un secondo momento.

 

 

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