Taylor Swift – Folklore: la recensione di Ginger Generation

di Alberto Muraro
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Poco importa che fuori ci siano 40 gradi e che il sole splenda. Se Taylor Swift ha deciso che oggi piove, pioverà. Questo è un po’ il mood dell’incredibile Folklore, l’ottavo disco dell’artista statunitense uscito a sorpresa lo scorso 24 luglio. Un disco che già al primo ascolto suona come un classico del suo genere.

Abbandonate le atmosfere zuccherose e dai toni pastello di Lover, Taylor Swift spegne le luci e i colori. L’artista si rifugia nei boschi, nel rumore delle piante e delle gocce che le cadono in testa. Gocce che si trasformano presto in lacrime. Sì, perché Folklore è anche e soprattutto un breakup album, frutto di un periodo di quarantena che di certo non ha giovato a nessuno.

Eppure è proprio da questo dolore che Taylor Swift tira fuori il meglio di sé. Se le sue canzoni migliori raccontano della sua vita, cos’altro sarebbe potuto venire fuori da questo periodo se non un piccolo gioiello?

 

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La recensione di Folklore di Taylor Swift


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Folklore si apre con il languido pianoforte di The 1, una dedica accorata ad un uomo con cui potenzialmente Taylor avrebbe potuto anche spendere il resto della sua vita. Ma c’è un rimorso che la tormenta, del quale non riesce a liberarsi. Lo stesso dolore sordo proveniente dal passato torna a farsi sentire nella nostalgia del secondo singolo, Cardigan, che racchiude in sé tutta la sonorità di questo disco così pregno di indie folk.

Folklore di Taylor Swift è un disco che si sviluppa tutto su questa linea qui. Ci sono pezzi più direttamente ispirati dal country (Illicit Affairs), altri più sulla scia dell’alternative mainstream (come la straziante Exile, probabilmente il pezzo migliore di tutto il disco, grazie Bon Iver).

Se proprio dobbiamo trovarci un difetto in Folklore è forse l’eccessiva lunghezza. Al di là dell’innegabile qualità dei pezzi, intorno al 13o brano c’è il rischio di perdere un po’ l’attenzione. E trovare un commento per ogni singolo brano risulta difficile, se non superfluo. Ma d’altra parte è anche giusto così. Taylor Swift non ha scritto l’album per farci ballare, quanto piuttosto per farci riflettere. Seduti su una sedia a dondolo, guardando il temporale di un’estate dolorosa che lascia spazio ai colori dell’autunno.

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