L’ultimo addio all’usignolo Amy

di Francesca Parravicini

Ormai si sprecano i litri di inchiostro digitale e non versato sul conto di Amy Winehouse, sulla sua vita, i suoi problemi e la sua musica. Le prime parole sono tutte rivolte ad analizzare e a sviscerare le cause, i motivi alla base della morte, il solito accanimento d’ordinanza. Mi ha sempre dato un po’ fastidio l’attenzione dedicata ad un’artista quando muore: come se non se fosse mai parlato. Forse è per questo che ho aspettato un po’ prima di scrivere qualcosa sull’argomento. Ma da fan della cantante volevo, piano piano e piccola piccola, dire qualcosa di personale.

Una vita premendo l’acceleratore

Per cosa era famosa Amy? Per la musica? O forse per i suoi scandali? Amy non era la classica diva tutta perfezione, sorrisi, smile and sunshine. Amy era il classico elefante in un negozio di cristalli. Una donna che con la sua presenza sembrava urlare: ehi, sono qui, sono quel che sono e non me ne frega niente. Un corpo da bambina, provato dai disturbi alimentari, ma eccessivo, con le protesi al seno e le labbra rifatte, tatuaggi di pin up e piercing sopra il labbro, il trucco marcato e a volte sbavato, l’invadente capigliatura a cofana e gli abiti un po’ anni 50′, colori vividi e abbinamenti sbagliati. Imperfetta, vera, umana. La sua voce? Eccessiva come l’aspetto. Black del black più nero, sembra incredibile che esca da una donna così piccola, e carezzevole, una voce che per un attimo ti culla con la sua morbidezza malinconica e un momento dopo ti scuote con la rabbia degli insulti che Amy lancia contro l’uomo che l’ha lasciata o contro la vita stessa. E si torna Back to Black. Ma ai tabloid non sembrava interessare più di tanto. Amy era un ottimo materiale per articoli succosi: droga, alcool, i disturbi alimentari, le liti furibonde con il marito musicista Blake Fielder-Civil. Se poi era un’ottima cantante, bé, questo passava in secondo piano. Amy era la cantante perennemente strafatta, l’eccentrica ubriacona che all’ultimo concerto era visibilmente fuori di sé. Ma la morte nobilita, rende tutto nuovo, limpido e pulito, e la gente inizia ad interessarsi al lato migliore, alla faccia lucente della luna, la musica. Alla faccia dell’ipocrisia, le canzoni di Amy sono su tutte le radio, le tv, persino nel garage del vicino risuona il No no no di Rehab.

Club 27:

E dicono se l’è cercata. E sbagliano. La fama quando arriva, ti sommerge e galleggiare non è facile, se manca un appiglio si finisce per affogare. Amy era fragile, sola, abbandonata con i suoi milioni e la sua dose per sopravvivere. Forse si poteva evitare, si sapeva sarebbe finita così: un nuovo membro del “superambito” Club 27, composto da artisti del calibro di Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimi Hendrix, tutti morti a 27 anni, per cause più o meno artificiali, macabro privilegio. E resta solo il silenzio. Ma io, che amo il silenzio fino a un certo punto, preferisco immaginare Amy non sotto terra, ma nella luce suffusa di un fumoso club a New Orleans, circondata da un’orchestra jazz di quelle che non si vedono più, mentre intona Le mie lacrime si asciugano da sole

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