L’abbigliamento industriale come tendenza di moda

di Laura Boni
abbigliamento industriale

Come può l’abbigliamento industriale portare un impatto importante nel campo della moda? Quali sono state le tappe di questo processo di avvicinamento all’abbigliamento “da lavoro”, che al giorno d’oggi appare tanto apprezzato da star e meno star (basta dare un’occhiata ai tanti profili Instagram che ci parlano di moda e di tendenze per rendercene conto) in virtù non solo della sua eterna comodità e della sua spensierata praticità, ma anche di un’impronta glam che difficilmente svanirà nel tempo?

Nelle prossime righe daremo un’occhiata più da vicino a questo fenomeno, cercando di inquadrare meglio quando è nato, grazie a chi e come abbiamo fatto ad arrivare a oggi a un abbigliamento da lavoro personalizzato.

LE ORIGINI DELLA TUTA: GLI INIZI DEL ‘900

Le origini di un capo di abbigliamento che oggi si sa essere molto diffuso, la tuta, risalgono agli inizi del ‘900: fu infatti l’anglo-svizzero-americano-fiorentino Ernesto Henry Michahelles, in arte Thayaht, a creare questa moda, nel 1920. Grande pittore, scultore e studioso di esoterismo, si fece fotografare indossando il capo, fino ad allora relegato alle officine e agli stabilimenti dove i suoi indossatori per antonomasia, gli operai, ne facevano (allora come oggi) largo uso. In queste immagini egli suggerisce in che modo indossare il capo d’elezione dei lavoratori: semplicemente, con solo una cintura a stringerla in vita e abbinata a un paio di comodi sandali.

Questa la moda dell’epoca, anche in chiave futurista: furono di Prezzolini le parole che, in uno stabilimento, invitavano gli operai a compiere la loro rivoluzione politica e sociale anche in chiave di costumi, sovvertendo la moda borghese con l’indumento che più di tutti riscattava l’orgoglio operaio, la tuta blu. Ricordiamo che per “tuta” si intendeva un indumento in grado di coprire tutta la persona, a forma di T, con dei bottoni a chiuderla sul davanti e delle semplici tasche applicate, nulla più.

Sono stati proprio i futuristi italiani (come Thayaht, appunto, ma pure Tulio Crali, Ivo Pannaggi, Nizzoli, Prampolini, Balla, Depero e Alma Fidora, tra gli altri) se non i primi sicuramente i più centrati nel progetto e nella realizzazione di stoffe, costumi e vestiti, spesso attinti agli oggetti e ai materiali d’uso, convinti com’erano che la realizzazione di oggetti funzionali potesse essere un contributo a un nuovo modo, più attento e sottile, di percepire la realtà, di rapportarsi a essa e di viverla.

Erano gli anni d’oro delle arti applicare, divenute col tempo il famoso “industrial design” (attraverso anche qualche doverosa correzione in termini di concetto), ma anche della moda del vestire come dichiarazione di intenti, di rappresentazione della propria personalità verso l’esterno, nonché, non dimentichiamo il tema tanto caro alla corrente futurista, di dichiarazione di amore per la modernità. Ricordiamo le parole di Balla, per esempio: “Vogliamo abiti futuristi confortanti e pratici a togliere e mettere, abiti che abbiano forme e colori dinamici aggressivi urtanti volitivi violenti violanti (cioé che danno l’idea del volo dell’alzarsi e del correre) agilizzanti gioiosi illuminanti (per avere luce nella pioggia)” sono parole risalenti al 1913, scritte nel “manifesto futurista da uomo”; nonché, più tardi, nel 1920, si spinse a parlare di “complesso plastico vivente” in riferimento all’unità inscindibile di abito e persona.

L’ABBIGLIAMENTO INDUSTRIALE DAGLI ANNI ’90 A OGGI

Il grande successo delle tute e dell’abbigliamento industriale negli anni ’90 potrebbe essere celebre per tutti coloro che in quegli anni hanno avuto modo di seguire con attenzione qualche canale musicale: se pensiamo a tanti artisti, come le Spice Girls, Anouk, ma anche Britney Spears e  Cristina Aguilera, noteremo in molti video l’utilizzo di un abbigliamento decisamente comodo e industiale: parliamo di pantaloni molto larghi in grado di permettere il ballo scatenato, rimasti nell’iconografia del genere pop fino a oggi. Gruppi come i Limp Bizkit, o i famosi N’Sync hanno abbondantemente attinto da questo bacino di abbigliamento industriale o post industriale per creare la propria immagine. Nonostante questo, anche oggi questo tipo di vestiario appare fresco e non molto citazionista.

IL FUTURO DELL’ABBIGLIAMENTO: DALLE BOTTIGLIE DI PLASTICA AL NOSTRO GUARDAROBA

Tra non molto tempo, l’abbigliamento industriale potrebbe essere composto dalle bottiglie di plastica PET riciclate: già oggi esiste la tecnologia che permette questo tipo di avventura, così da non sprecare plastica inutilmente, magari facendola finire impunemente nelle acque dei nostri meravigliosi mari. Attraverso questi metodi già possiamo ottenere moltissimi prodotti, tra i quali dei gadget personalizzati che potrebbero tornarci davvero utili in ottica di marketing aziendale.

Come abbiamo avuto modo di vedere, tanti sono i tempi in cui questo tipo di abbigliamento ha avuto i suoi apici, e i giorni nostri non rimangono certo alla finestra a guardare: se è chiaro che non si possa più parlare di futurismo, per quanto concerne questo argomento, è anche vero che un certo tipo di abbigliamento industriale, meglio ancora se personalizzato, di certo non vede la fine del suo successo, ma nuovi anni di consacrato splendore sul dorato palco della moda.