La regina degli scacchi: la lezione di vita già vista ma non banale di Beth Harmon

di Federica Marcucci

Arrivata su Netflix il 23 ottobre, La regina degli scacchi è la serie del momento. A settimane di distanza tutti ne parlano, innamorati della protagonista Beth Harmon (complice una fantastica interpretazione di Anya Taylor-Joy), della ricostruzione di vestiti e ambientazioni fedeli all’epoca o della rappresentazione del gioco degli scacchi.

Sì sa, quando un prodotto piace – o non piace, se ne parla tanto. Il che è sempre positivo, anche perché secondo noi La regina degli scacchi è una serie che merita di essere guardata da prospettive differenti.

Tutti questi outsider…

Nata dalla penna dello scrittore Walter Tevis (noto anche per aver raccontato altri outsider: il giocatore di biliardo de Lo spaccone, Paul Newman, e l’alieno de L’uomo che cadde sulla Terra interpretato da David Bowie) nel 1983 con il libro omonimo, Beth Harmon è un personaggio di finzione che condensa tante personalità del mondo degli scacchi (in primis Bobby Fischer, che vinse contro i sovietici aggiudicandosi il titolo mondiale) e che riprende il motivo la parabola di caduta e ascesa dell’eroe.

Se da una parte l’idea di una scacchista americana che emerge in un mondo di uomini è originale, dall’altra parte La regina degli scacchi se la deve vedere con una serie di stereotipi in cui il talento del protagonista è minato da manie autodistruttive e dipendenze.

Nel caso in cui abbiate già guardato la serie saprete che Beth sviluppa molto presto una dipendenza da ansiolitici, che in quel periodo venivano somministrati realmente ai bambini degli orfanotrofi, e poi dagli alcolici. Un percorso che la porterà sull’orlo del baratro, convincendola sempre più a non credere nel proprio talento – ma in quello delle pasticche, e allontanandola da qualunque forma di affetto o d’amicizia.

Un’antieroina diversa

In questo senso la protagonista de La regina degli scacchi è un’antieroina che ricorda molto da vicino più personaggi maschili che femminili. Basti pensare al personaggio di Bradley Cooper in A Star Is Born, ma anche a The Wolf of Wall Street, ma anche al batterista de L’uomo dal braccio d’oro interpretato da Frank Sinatra – per tornare più indietro nel tempo.

A differenza di questi che non sempre, ma molto spesso, trovano una forma di redenzione nell’amore per il partner, Beth Harmon si comporta in modo un po’ diverso. Raggiunta dalla sua amica di infanzia Jolene, Beth riesce ad accettarsi e ad avere finalmente piena fiducia in se perché per la prima volta riesce ad accogliere un confronto con il prossimo – che non sia una partita a scacchi senza fuggire.

Come precisa la stessa Jolene verso la fine della storia “Io non sono venuta a salvarti, ma sono qui per te. In futuro potrei averne bisogno anch’io”.

Beth ritrova la sua fiducia grazie agli amici, ma diventa La regina degli scacchi da sola

Ecco che cosa rende diversa Beth Harmon da altri antieroi e ce la fa apparire per certi aspetti aspetti più umana. Il fatto che una persona debba fare i conti con se stessa per cambiare realmente le cose è una lezione di vista forse già sentita, ma non banale raccontata in questo modo.

Certo, le storie a sfondo romantico piacciono a tutti, ma stavolta ci ha fatto piacere guardare una storia che pur sapendo che punti toccherà riesce a essere a suo modo diversa. La vita sentimentale e relazionale di Beth è ridotta all’osso, nonostante ciò tutti riescono a percepire la sua unicità e bellezza come essere umano: un dettaglio che ovviamente è legato a doppio filo alla sua grandissima passione, gli scacchi.

Una bellezza che riuscirà a vedere anche lei, attraverso i loro occhi, imparando ritrovare se stessa e il suo talento guardando la sua vita oltre la scacchiera. Ma come se lo fosse. Dopotutto la vita è la grande partita, no?

Avete già guardato La regina degli scacchi su Netflix?