8 marzo: una riflessione sulla Festa della donna

di Francesca Parravicini

Un anonimo lunedì sera a Milano. Come tutti i giorni mi dirigo verso la Stazione Cadorna per salire sul treno del ritorno. Eppure c’è qualcosa di diverso: l’aria è piena delle voci dei venditori ambulanti che brandiscono mazzetti di mimose. Uno spettacolo decisamente surreale, osservare un ambiente urbano e anonimo come la stazione, pieno del giallo primaverile delle mimose, simbolo della festa della donna. Teoricamente avrei dovuto apprezzare, ma in pratica ho provato solamente un gran fastidio. Due giorni prima ho vissuto una situazione simile osservando il volantino di un locale cool, frequentato da “ggiovani”, che reclamava un favoloso menù speciale per la festa della donna, con drink a volontà e risotto rosa. Wow, secoli di lotte per ottenere diritti e il massimo che riceviamo è un mazzo di mimose, una menù gratis e una pacca sulla spalla. Cool. Datemi pure dell’acida, eppure penso che spesso la festa della donna venga ridotta a un paio di slogan e una serata fuori con le amiche all’insegna del “girl power”.

In realtà l’origine di questa occorrenza ha radici molto politiche: non deriva, come si è creduto per molto tempo, dal rogo di una fabbrica nel 1908 in cui sarebbero morte centinaia di operaie, ma dalle lotte delle sufragette in America.
A inizio Novecento molte associazioni socialiste iniziarono a riservare una giornata dedicata al diritto del voto femminile e denominata “Woman’s Day”, un’iniziativa che pian piano si diffuse anche in diversi paesi europei. In Russia arrivò il 3 marzo del 1909, ma le celebrazioni furono interrotte a causa della Grande Guerra. Questo non fermò le donne, che marciarono a San Pietroburgo l’8 marzo 1917, chiedendo la fine del conflitto. Questa data ancora oggi segnala al mondo la festa della donna e ci ricorda che è giusto combattere per i propri diritti.

Per secoli le donne sono state in silenzio, voci anonime, senza nome, come ha scritto Virginia Woolf, piene di idee, di intelligenza, di pensieri, ma impossibilitate a parlare, prive degli strumenti per esprimersi. Oggi molte cose sono cambiate, anche se purtroppo, secoli di pesi, di discriminazioni, non si cancellano con un colpo di spugna. Lo vediamo tutti i giorni, nei media, soprattutto quelli italiani (ricordiamo che da noi le donne hanno ottenuto il diritto al voto solo nel 1946): il sessismo è talmente radicato che spesso le donne vengono insultate in quanto tali, semplicemente per il fatto che esistono.

Gli argomenti e gli esempi sono talmente tanti che si potrebbe riempire un’enciclopedia, facciamo giusto un breve recap:

“Sei troppo bella o troppo brutta, non puoi essere bella e intelligente contemporaneamente, se vuoi lavorare sei un’egoista e non ami la famiglia, se vuoi una famiglia non puoi lavorare, perché chi vuole una mamma al lavoro?, se ti vesti in modo appariscente sei provocante, se fai il contrario o hai un tuo stile personale sei sciatta, strana, sbagliata, se ti piacciono i vestiti e i trucchi, sei una femminuccia “frivola”, se invece ti interessi allo sport sei un maschiaccio e perché non sei più femminile, e d’altronde, come insegna Hollywood, a chi interessa un film con protagoniste donne che parlano di cose da donne?”

La Festa delle Donne esiste per ricordarci che anche se nel mondo occidentale la parità esiste a parole, molto spesso non viene rispettata. Ed esistono paesi in cui le donne non hanno alcun diritto. Combattendo il sessismo ogni giorno a piccoli passi, possiamo dare vita pian piano a una vera rivoluzione.

Concludiamo in leggerezza, con una lista di giovani vip che stanno cambiando le regole del gioco, mettendo il femminismo al centro dei loro discorsi: Emma Watson, con la campagna He For She dell’ONU, Lorde con il suo elogio della ragazza “normale” e anche un po’ strana, Alessia Cara, giovane cantautrice che racconta i disagi e le insicurezze delle adolescenti, Tavi Gevinson, fashion blogger bambina prodigio e grande amica di Taylor Swift, che ha creato un magazine che parla alle teenager in maniera fresca e intelligente, Amandla Stenberg, star di Hunger Games, che nonostante la giovane età usa la sua popolarità per parlare di sessismo, razzismo e omofobia.

La pop culture può avere un peso notevole nella diffusione del femminismo e sicuramente aiuta le ragazze ad avvicinarsi pian piano a tematiche complesse e a far sbocciare, grazie a piccoli esempi, qualcosa di bellissimo.

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